Niente sistema di interscambio per il reverse interno

Niente sistema di interscambio per il reverse interno

Le autofatture emesse in formato elettronico devono invece transitare attraverso il SdI

 

Nell’ambito del procedimento di fatturazione elettronica, una questione che potrebbe comportare alcune difficoltà di ordine pratico è quella riguardante l’integrazione delle fatture, in relazione alle operazioni per le quali si rende applicabile il reverse charge“interno”.

Ci riferiamo, a titolo esemplificativo, alle prestazioni di servizi nel settore edile di cui all’art. 17 comma 6 lettere a) ed a-ter) del DPR 633/72 o alle cessioni di fabbricati per le quali il cedente abbia manifestato l’opzione per l’imposizione nel relativo atto, così come previsto dall’art. 10 comma 1 nn. 8-bis) e 8-ter) del DPR 633/72.
Per tali operazioni, effettuate con il meccanismo del reverse charge, la problematica attiene alla sostanziale impossibilità di effettuare materialmente l’integrazione della fattura, atteso che, come precisato dalla stessa Agenzia delle Entrate, il documento elettronico risulta “di per sé non modificabile e, quindi, non integrabile”.

L’Agenzia suggerisce, al proposito, che l’integrazione, nelle ipotesi di reverse charge previste dall’art. 17 del DPR 633/72, possa essere effettuata “predisponendo un altro documento, da allegare al file della fattura in questione, contenente sia i dati necessari per l’integrazione sia gli estremi della stessa”.

Come indicato in precedenza dalla stessa Agenzia (circolare 19 ottobre 2005 n. 45), il documento allegato alla fattura di acquisto è “reso immodificabile mediante l’apposizione del riferimento temporale e della firma elettronica qualificata”. Il documento contenente l’integrazione potrebbe essere predisposto da un apposito software, in grado di provvedere alla sua conservazione sostitutiva insieme alla fattura cui si riferisce (risoluzione 10 aprile 2017 n. 46). Si comprende come tale procedura contrasti, sotto un profilo operativo, con gli obiettivi di semplificazione che, a regime, dovrebbero contraddistinguere il processo di fatturazione elettronica.

In un’ottica di “modernizzazione” dei processi, una prima soluzione potrebbe consistere nella semplice indicazione, nei registri IVA, di tutti gli elementi che consentono di identificare che l’operazione è avvenuta con il meccanismo del reverse charge e che l’IVA (a debito e a credito) è stata correttamente assolta. D’altro canto, la stessa risoluzione n. 46/2017, seppur in tema di protocollazione (questione ormai risolta dal DL 119/2018), chiariva che l’apposizione fisica del numero progressivo IVA non sarebbe risultata indispensabile qualora fosse stata garantita la “perfetta corrispondenza” fra i dati contenuti in fattura e quelli riportati nel registro.

In ogni caso il processo di integrazione effettuato secondo le modalità indicate dalla circolare n. 13/2018 non consentirebbe la conservazione del documento attraverso il servizio gratuito offerto dall’Agenzia delle Entrate, limitato ai soli documenti trasmessi e ricevuti attraverso il Sistema di Interscambio. Un’alternativa a quanto descritto potrebbe consistere nella predisposizione di un documento in formato XML, qualificabile come “autofattura” essendo coincidenti il numero di partita IVA del cedente/prestatore e quello del cessionario/committente, che, in quanto tale, verrebbe inviato tramite il SdI.

Quest’ultima soluzione (da confermare comunque in via ufficiale) consentirebbe di utilizzare il software abitualmente adottato per la generazione delle fatture elettroniche nonché, se è stato sottoscritto un accordo per la conservazione delle fatture, di poter considerare incluso quest’ultimo documento.
Vero è che sul punto sarebbe probabilmente opportuno un intervento legislativo che regoli la fattispecie, vuoi consentendo la “semplice” annotazione nei registri IVA per il reverse “interno”, vuoi individuando l’autofattura come unica modalità di applicazione del meccanismo dell’inversione contabile ex art. 17 comma 2 del DPR 633/72.

Vale la pena, infine, sottolineare come l’Amministrazione finanziaria sembri in qualche modo circoscrivere le ipotesi in cui l’autofattura venga emessa in formato XML. Nel provvedimento 30 aprile 2018 n. 89757, in cui vengono stabilite le regole tecniche per l’emissione e la ricezione delle fatture elettroniche, si fa, infatti, esclusivo riferimento alle autofatture emesse ai sensi dell’art. 6 comma 8 del DLgs. 471/97, in caso di omessa o irregolare fatturazione da parte del cedente/prestatore. Considerato che, come precisato dall’Agenzia delle Entrate, analoga procedura deve essere adottata nel caso di regolarizzazione degli acquisti senza applicazione dell’IVA oltre il plafond, se ne può dedurre che anche questo tipo di autofattura debba transitare attraverso il SdI.

Alla luce di quanto indicato nelle specifiche tecniche allegate al provvedimento n. 89757/2018, dovrebbero inoltre essere emesse in formato XML anche le fatture relative ad omaggi e ad autoconsumo “esterno”, così come quelle per estrazione di beni da depositi IVA. Sul punto tuttavia sarebbe auspicabile una conferma da parte dell’Amministrazione finanziaria. Nessun obbligo sussiste, invece, con riferimento agli acquisti intracomunitari e ai servizi ricevuti da operatori non stabiliti in Italia, dal momento che il processo di fatturazione elettronica interessa esclusivamente le operazioni effettuate tra soggetti residenti o stabiliti nel territorio dello Stato.

 

[Fonte Eutekne]

 

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